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Curitiba in Brasile raccontati da una vicentina di oggi /
Giorgia Miazzo
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Curitiba
appartiene allo Stato di Paraná, facente parte
della regione meridionale del Brasile. A livello
geografico è piuttosto interessante, poiché
rappresenta una delle città più estese
dell’area, popolata da quasi 2 milioni di
abitanti, e, al contrario di quanto accade nei
grandi centri, parecchio inquinati e grigi,
viene denominata anche “capitale ecologica del
Brasile”.
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I
quartieri dispongono di estese aree verdi che trasmettono un
aspetto di distensione e rilassatezza agli occhi che le
guardano. All’interno della città, si annoverano una
trentina tra parchi curatissimi e boschi invece più
selvaggi, che la popolazione vive e sfrutta in modo
consapevole e responsabile. In alcuni parchi ho visto
tracciati appositi percorsi per fare lunghe passeggiate o
praticare sport come jogging e mountain-bike, mentre altri
possiedono infrastrutture con chioschi, baretti, barbecue e
bancarelle. Si scorgono spesso laghetti che, a volte, sono
navigabili con barchette, canoe o romantici cigni di
plastica. Tra i parchi che mi sono piaciuti di più c’è
il “Parque Barigüi”, il maggiore tra tutti, dove
convivono molte specie interessanti di volatili, come il
tico-tico (un tipo di passero) e il sabiá (il tordo).
Esiste anche un giardino botanico di una certa peculiarità,
poiché ospita innumerevoli specie vegetali della prossima
foresta amazzonica.
È
così che le infrastrutture architettoniche acquisiscono un
tono più fascinoso e intenso inserite in questo contesto
vegetativo di ampio respiro. Prima tra tutte è l’“Opera
de Arame”, una struttura composta da tubi di filo di ferro
e superfici trasparenti, che funge da teatro per spettacoli
di vario genere. È immersa in un’area verde che accoglie
laghetti e cascate. L’area di “Las Pedreiras”, luogo
rinomato per l’organizzazione di eventi e concerti di
livello mondiale, è situata in un polmone verde della città.
Curitiba mi è parsa viva nella sua originalità ed estrosità
anche a livello sociale. Il fine settimana una graziosa
“ferinha de artesanato” ospita artisti di ogni genere
che vendono oggetti costruiti grazie alla loro inventiva e
fantasia. La “rua 24 horas” è una via sempre aperta per
lo shopping e il divertimento.
Oltre
a tale ostentazione di bellezze naturali e artificiali, ciò
che mi ha lasciato un ricordo tanto vivo sono alcuni
singolari aspetti culturali, soprattutto per quanto concerne
la nostra cultura italiana e, ancor di più, veneta. Entrare
nel quartiere di Santa Felicidade dà la sensazione di
essere tornati a casa. È qui dove, nel 1878, sono arrivati
i primi italiani, con precisione i primi veneti. Rappresenta
ora la “Little Italy” dei curitibani, specialmente
quelli dal sangue italiano. Si nota subito dalle costruzioni
delle case e degli edifici, che hanno impregnato lo stile
veneto del dopoguerra, quelle case dal gusto tipicamente
nostrano, che vediamo su qualche stinta fotografia risalente
all’epoca in cui i nostri bisnonni erano giovani
lavoratori della terra. Esistono alcune case, protette a
livello culturale e artistico come patrimonio dell’umanità
dall'UNESCO, che possiedono la loro etichetta, un nome
totalmente italiano, tra cui la “Casa dei Gerani”, la
“Casa dei Pannelli”, la “Casa degli Archi” e la
“Casa Culpi”.
Proprio
quest’ultima, è così “nostra”! In onore a Pedrinho
Culpi, estremo difensore della cultura veneta, la casa è
nata grazie a un’iniziativa di Luigi Lovato, un grande
incentivatore dei vicentini in Brasile, al fine di
preservare le tradizioni dallo spirito autentiche e dal
sapore genuino della “Velha Bota” (Vecchio Stivale). Il
circolo appartiene a una sezione dell'ente “Vicentini nel
Mondo”, società apolitica, filantropica e senza fini di
lucro, aperta a tutti i discendenti italiani e ai suoi
residenti. Si tratta di uno dei numerosi circoli che formano
il vasto circuito mondiale dei “Veneti nel mondo”.
Inoltre, in collaborazione con il consolato italiano, è
organizzatore di corsi di lingua e cultura italiana. Al suo
interno esiste infatti una piccola scuola di lingue dove si
insegna l’italiano a grandi e ragazzini: sono insegnamenti
di base linguistica con accorti collegamenti al dialetto e
alla cultura veneti. Ogni sabato, per esempio, i bambini
vengono avvicinati alla cultura veneta tramite i proverbi e
le canzoni dei loro nonni. Vengono poi organizzate attività
di tipo socio-culturale, quali incontri eno-gastronomici
educativi e serate musicali ispirate alla Bella Italia. Si
esercitano dei cori ispirati ai quartetti folcloristici e
gruppi corali di un tempo, che si esibiscono allegramente
durante le serate, accompagnati da danze tipiche venete,
dove ballerini e ballerine curano ai minimi dettagli il loro
vestiario, rifacendosi assolutamente allo stile dell'epoca.
Durante tutto l’arco dell’anno, vengono celebrati eventi
sulla tradizione italiana. In estate organizzano persino la
sagra e il “Festival dei gruppi folcloristici”, mentre
in inverno preparano l’“Incontro dei cori” e la
“Festa dei nonni” (da notare, denominati “nonnos”,
parola italiana con terminazione portoghese!), in cui si
celebra la messa in dialetto veneto. |
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Oltre a ciò, nei dintorni di questo tipico quartiere, si vedono infiniti ristoranti di cucina impeccabilmente veneta. Alcuni sono ricostruiti su base prettamente nostrana, come quello che riproduce il castello di Marostica, vantando la miglior cucina della città, mentre altri contengono più di 1000 posti a sedere. Quello che mi ha colpito di più è il “Ristorante Madalosso”, che conta quasi 8000 coperti ed è stato citato per questo nel “Guinness dei Primati”. In tutti, comunque, non mancano menù che propongono polenta abbinata a salumi e formaggi, il tutto annaffiato da eccellente vino e grappa digestiva. Oltre ai ristoranti, infatti, ho scorto svariate case vinicole, cantine, osterie. |
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Tutto
ciò non era, però, come spesso accade nei luoghi dove si
tende a ricostruire un angolo nostalgico di un altro paese,
isolato, freddo o artificiale. Altrochè, andava d’amore e
d’accordo con l’attitudine e il temperamento dei suoi
abitanti. L’accoglienza, perciò, risultava proprio come
la si può immaginare: la gente mi ospitava nelle proprie
case per farmi assaporare le loro (o nostre?) specialità,
per conoscere “la italiana de la Italia”, per scatenarsi
con le domande più strane, interessandosi per esempio a
come funzionano le faccende quaggiù, per narrare i ricordi
più intimi di un’infanzia piuttosto inzuppata
nell’italianità delle loro famiglie. Mi vergogno un po’
a dirlo, ma, miei cari compatrioti, mi sono sentita a casa,
casa mia. Mi sono emozionata, sentivo un tepore che
scioglieva i problemi, le pesantezze che impicciano spesso
la mia testa, arrivava amore attorno a me, percepivo
genuinità, semplicità, quella purezza intelligente che gli
sguardi non riescono a celare, e che comunicano molto più
di mille discorsi infiniti. È che, questo non l’ho
sentito al mio ritorno in Italia, forse perché le nostre
menti, troppo impegnate a sbrogliare la matassa in cui
viviamo, a trovare l’uscita del nostro labirinto
incantato, pesanti e appesantite, non hanno più spazio,
credo neanche la predisposizione, forse l’interesse, verso
ciò che conduce a un rapporto con gli altri fine a se
stesso, troppo ingorde ad occuparsi di ciò che siamo
convinti possa condurre alla felicità, tagliando fuori
quella che dicono si chiami anima. |
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